L'archivista :: Di che si tratta

Paura d'amare tra letteratura e vita: Quella della Cooley è una prodigiosa opera prima, armonioso mix di lingua immediata e di una visione  letteraria sofisticata e densa di sottigliezze. Temi forti, che si intrecciano abilmente nella pagina, sono quelli dell'identità religiosa (conflitto tra giudaismo e cristianesimo) e soprattutto dell'incomunicabilità affettiva e quindi della tangibile paura di amare. Siamo dunque di fronte - nel romanzo - ad un archivista di una grande biblioteca di Washington, votato a trovare nella lettura motivo di costante ed insaziato godimento interiore, custode gelosissimo del carteggio intercorso tra Eliot e l'amica americana Emily Hale. Quando Roberta chiede di vedere queste lettere, Matthias sospetta che la curiosità della giovane sia dettata anche da insoluti motivi personali - nodi non ancora sciolti - chiusi dentro la sua storia familiare: i suoi genitori sono infatti ebrei, fuggiti dalla Germania all'inizio degli eventi bellici, che hanno nascosto alla figlia la loro conversione dalla religione ebraica a quella protestante. Il parallelismo si fa forte tra la follia di Judith - moglie di Matt e quella di Vivienne, altrettanto sfortunata consorte del grande autore. Sia il poeta che il protagonista del romanzo si ritengono colpevoli di non sufficiente dedizione nei confronti delle mogli ricoverate in clinica psichiatrica, vittime dei loro "demoni" interiori, talmente devastanti da condurle all'annientamento di se stesse. Un amore più caldo e generoso avrebbe potuto salvare Judith, la sventurata poetessa di origine ebraica, ossessionata dall'orrore dell'Olocausto e oppressa dall'incapacità di uscire dalla sua visione allucinata della realtà? E Eliot perché ha abbandonato Vivienne, privandola per lunghi anni della sua presenza fisica e spirituale? I passaggi psicologici nella narrazione sono sottili, dosati con bravura; peculiarità delle situazioni e rimandi intrigano sempre più il lettore. Anche i personaggi minori hanno un loro considerevole spessore: la madre di Matt, così animata da "ferocia cristiana", il padre spietato, gli zii di Judith - Carol e Len - con tutto il loro bagaglio di segreti, svelato pian piano, quasi in epilogo della storia. Struggente il diario di Judith che incontriamo nel cuore del romanzo, confessione di un'anima incompresa, che rivela tutto il suo strazio interiore, e fa drammaticamente capire al protagonista e a noi lettori - per dirla con Eliot - che: "...quello per cui i morti non trovavano parole, da vivi/Ve lo possono dire da morti: essi comunicano/Con lingue di fuoco al di là del linguaggio dei vivi".

 
Passi che mi hanno colpito: 

"Con un piccolo sforzo è possibile dimostrare che ogni cosa si ricollega a ogni altra: l'esistenza è un infinito rimando. E ogni cosa ha più di una definizione. Un gatto è un mammifero, un narcisista, una compagnia, un enigma. Ho riletto T.S.Eliot, nella bella edizione rilegata che Roberta mi ha regalato prima di partire. Avevo quasi dimenticato com'è esaltante Eliot, quante riflessioni riesce ad affollare nei Quattro Quartetti: La conoscenza impone una trama, e falsifica perché la trama ogni momento è nuova."

[...]

"Se non l'avessi guardata dritto in faccia, sono sicuro che la cosa sarebbe finita lì. Invece la fissai, e nei suoi occhi, grandi e di un colore strano - una sfumatura luminosa di verde muschio - vidi quell'intenzione genuina che non sono mai stato capace di ignorare. C'era qualcosa d'altro. I suoi occhi mi rammentarono quel verso stranamente evocativo di una poesia di Eliot, Usk: dove la luce grigia incontra l'aria verde. E Judith, che avevo seppellito vent'anni prima. Dalla morte di mia moglie non avevo incontrato nessuno che me la ricordasse. Guarda al tuo fianco - adesso sentivo la poesia come se qualcuno me la stesse leggendo - non sillabare antichi incantamenti. Lasciali dormire."

[...]

"Judith sapeva meglio di chiunque altro cosa significasse per me la biblioteca. L'album fu una delle prime cose che le mostrai, poco tempo dopo il nostro primo incontro. La mia memoria conserva un ricordo indelebile di Judith che sfogliava l'album, leggendo ad alta voce le iscrizioni... Capii inconsciamente, nel modo in cui si avverte un grido prima di udirlo, che la mia vita stava per cambiare... Attraversai la stanza e la abbracciai. Le sue mani si aggrapparono alla mia schiena come se ci stringessimo per la prima volta... Non avevo mai sentito niente di così urgente e terrificante come il battito cardiaco in quell'istante, il rumore del sangue pompato al cuore."

[...]

"Avevamo l'abitudine di leggere T.S.Eliot ad alta voce. Il tempo che distrugge è il tempo che conserva. Amavamo le efficaci contraddizioni di Eliot, la sua maniera autorevole di enunciare un paradosso. Troppo netta, forse? Troppo controllata? Certo ne sapeva qualcosa, lui, del distruggere e conservare; e del tempo. Judith diceva che leggeva Eliot perché lui aveva capito che il sacro risiede nel tempo, è il tempo. Quanto a me, leggere la sua opera è come cercare di prendere una farfalla... C'è un piacere in questo approssimarsi, suppongo, e perfino nel non riuscire ad afferrare..."

[...]

"Cos'è che mi colpì in lei? Judith non assomigliava a nessuno che conoscessi. La mia prima impressione fu di rapidità... Era l'unica persona con la quale mi divertissi davvero. Come me concedeva agli altri solo un piccolo spazio di intimità; sapeva difendersi dalle intrusioni. Fin dall'inizio sapevo di comprendere mia moglie in maniera incompleta, parziale. Judith se n'era andata da tanto tempo. Per essere precisi, ha cominciato ad andarsene molti anni prima della sua morte. E io ho contribuito al suo distacco. Non avrei dovuto cercare di toglierle il suo Dio, il Dio passionale ed esigente del Vecchio testamento... I medici forse si sbagliavano sui particolari del suo disturbo. Che cosa sono depressione e psicosi, in fondo, se non deviazioni del realismo? E il realismo cos'è? Ma su una cosa i medici avevano ragione: in lei era in atto una crisi generale. Un Dio insufficiente è meglio che nessun Dio."

[...]

"Judith e io avevamo questo in comune, pur con tutte le differenze tra la mia infanzia e la sua: eravamo stati allevati da persone disattente. I miei genitori erano in fondo degli infelici, mentre Len e Carol erano tutto sommato felici, ma per me e Judith il risultato era lo stesso. Quello che ci era stato negato da bambini era quel genere di attenzione che né la felicità, né l'infelicità possono garantire! [...] Tutti e due eravamo terrorizzati dalle verità della guerra, ma era Judith a registrare il terrore - non a parole, perché non riuscivamo a parlarne apertamente, ma con i fatti. [...] «Ciò che è accaduto è qualcosa in cui eravamo profondamente coinvolti e di cui eravamo responsabili». Leggendo questa frase, riconobbi il sentimento descritto da Eliot - il senso di nausea che avevo provato negli anni della guerra... avevo evitato di sapere ciò che stava accadendo in Europa. La mia deliberata ignoranza mi aveva reso complice."

[...]

"Ne abbiamo avuto l'esperienza ma ci è sfuggito il significato. Credevo di sapere esattamente cosa intendesse Eliot con quella frase e volevo fare in modo che il mio matrimonio avesse un destino differente. [...] Tra le persone i doveri reciproci sono meno chiari. Eppure, forse ciò che si definisce amore è in realtà una fantasia empatica e affamata. Dovremmo essere disposti a entrare in altre storie - anche in quelle spaventose o pericolose, o quelle dal finale incerto. Judith aveva un'immaginazione troppo pronta, e io troppo cauta. Adesso non mi spaventa più di tanto, ma questo non importa. La nostra vita insieme, dopotutto, non è una storia della quale si possa continuare a scrivere un finale. Un finale c'è già stato."



*Dal diario di Judith*
 

Non riesco a capire com'è successo, come, un bel giorno, ho capito che ciò che provavamo non veniva più detto con i nostri corpi. [...] Adesso però Matt ha paura di me. Non era così all'inizio, quando ci fidavamo l'uno dell'altra in quel modo animalesco. Sono stata io la prima ad avere paura - non di lui, però. Di lui mai. Lui mi ha dato più rabbia e tristezza di chiunque altro ma non mi ha mai spaventata. No. Mi spaventavano le cose che avevo cominciato a leggere. Tutti quei campi in Germania e in Polonia. Sono stata io a far capire a Matt la scientificità di tutto ciò, le morti inconcepibilmente sistematiche.

[...]

A volte la mia esistenza fino al 1939 mi sembra un'attesa inconscia, un'anticipazione prolungata. Quasi come se avessi sentito che qualcosa di inimmaginabile stava per accadere, e niente di reale potesse avere inizio finché non fosse accaduto. 

[...]

 Ho chiuso la porta ed un'immagine del volto di Matt mi è volata in testa, dal nulla, come un uccello che volteggia e si tuffa attraverso gli spazi aperti. E per la prima volta dopo settimane ho pianto; le lacrime hanno portato via il fango di quei mesi lasciandomi vuota e nuda come un letto sfatto.

[...]

La settimana scorsa ho chiesto a Matt cosa gli manca quando sente la mia mancanza. Ha fatto una lunga pausa. E' difficile dargli un nome, disse. La tua presenza. Il modo in cui vanno le cose quando sei a casa. Non ti piaceva sempre il modo in cui andavano le cose, ho detto. Non mi guardava. E' vero, ha detto. Hai ragione. Ma non c'entra. Manca comunque ciò che non c'è. (Non voleva dire ciò che non c'è più...)

[...]

Ci sono lunghe misericordiose ore nelle quali non penso a Matthias. Ma arriva sempre il momento in cui un'immagine di lui mi scuote dall'apatia e penso come è potuto accadere? Matt mi ha portato qui. E io glielo ho permesso. 

[...]

Ho voluto solo quest'uomo. Colui che sta qui inerte, sopraffatto dalla paura di me.
Solo quest'uomo che non guarderà ciò che io ho guardato, e prendimi stringimi dimmi sì lo vedo, sì, ma ci siamo ancora noi l'uno per l'altra. Il mondo spaventa, ma è di me che ha paura. «Non posso mentire e dire che ti penso & adesso sto dormendo & non riuscirai a svegliarmi.» (LeRoi Jones)



*Dall'epilogo*

"Judith era l'unica persona veramente vigile, consapevole che avessi mai conosciuto. Guardava e ascoltava: era attenta. La storia era tutt'altro che astratta per Judith, e lei non era in grado di difendersene. La guerra non era altrove, in un'altra epoca. Per lei era irrevocabilmente presente. La crisi europea l'aveva mandata alla deriva. Era diventato impossibile per lei distinguere fra l'oscurità del mondo e la propria."
 
"Mi è sempre sembrato un miracolo che le parole comunichino effettivamente dei significati. Questo non vuol dire, però, che siano affidabili. T.S.Eliot sapeva perfettamente che il linguaggio può fallire. "La conoscenza impone una trama, e falsifica... perchè la trama ogni momento è nuova..." Ma io ho sempre avuto fiducia nelle parole. «Insegnaci a aver cura e a non curare, Insegnaci a starcene quieti...»
 

 

 

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DolceAmara

°*° Un piccolo excursus: un caro e dovuto ringraziamento alla persona che mi ha fatto conoscere questo libro meraviglioso e che me l'ha poi regalato.
Grazie anche per avermi fatto scoprire ed amare le poesie di T.S.Eliot e per gli aiuti infiniti in tutti gli anni scolastici. Grazie di cuore. °*°