:: Gita a Faro -- Di che si tratta ::

Quando, nel 1925, Virginia Woolf si accinse a scrivere "Gita al faro" era decisamente giunta alla soglia della maturità artistica: in questa sua opera riuscì infatti mirabilmente a mostrare il suo sapiente dominio delle possibilità del monologo interiore e la straordinaria capacità di muoversi liberamente tra il flusso di coscienza dei personaggi. Con tutta la sua avvolgente bellezza, questo romanzo è una commossa elegia dell'Assenza: assenza innanzitutto della madre. Ed è proprio tale immagine cara a legare le diverse solitudini dei protagonisti di questa rievocazione corale, tutti chiusi in un proprio mondo isolato da cui è difficile comunicare. Fluido e ritmato come il mare sotto il raggio ora breve ora lungo del Faro che fende l'oscurità della notte, il romanzo si impone al lettore con la forza della memoria, il fascino del ricordo, la voce struggente della nostalgia. 
 

:: Alcuni passi che mi hanno colpita ::

«Conflitti, disaccordi, differenze d'opinione, pregiudizi radicati nell'essenza stessa dell'essere: oh, perché dovevano cominciare così presto? [...] Le sembrava così sciocco inventarsi delle differenze, quando le persone, lo sa Dio, sono già diverse abbastanza per natura. Le vere differenze, pensò, ferma accanto alla finestra del salotto, sono sufficienti, più che sufficienti. Stava pensando in quel momento a ricchi e poveri, potenti e umili...»

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«Ma come funzionano le cose? In che modo giudichiamo la gente, o ce ne formiamo un'impressione? Su che base sommando una cosa all'altra, concludiamo che proviamo simpatia o antipatia? E, in ogni caso, qual è il significato di queste parole?»

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«Se l'ingegno è come la tastiera d'un pianoforte, suddivisa in tante note diverse o, come l'alfabeto, è composto da ventisei lettere tutte in ordine, allora il suo splendido intelletto non aveva alcuna difficoltà a scorrere quelle lettere una dopo l'altra, con sicurezza e precisione, fino ad arrivare, diciamo, alla lettera Q. Arrivava alla Q. [...] Ma dopo la Q? Che cosa viene? Dopo la Q ci sono diverse lettere, l'ultima delle quali è a mala pena visibile a occhi mortali, solo bagliori rossi a distanza. Alla Z arriva solo un uomo in una generazione. Comunque, se avesse potuto raggiungere la R, sarebbe stato già qualcosa. In ogni caso almeno alla Q. Era ben saldo alla Q. Della Q era certo. Era in grado di dimostrare la Q. Se la Q è dunque la Q... la R... La R allora - cos'era la R? Un sipario, come la palpebra coriacea d'una lucertola, calò per un istante sull'intensità del suo sguardo a oscurare la lettera R. La R era superiore alle sue forze. Non avrebbe mai raggiunto la R. Ma avanti, dunque... verso la R.»

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«Passava di lì proprio ora che le era così penoso ricordarsi dell'inadeguatezza dei rapporti umani, del fatto che anche il più perfetto di essi non fosse esente da difetti, e non superasse l'esame a cui lei, amando suo marito e col suo istinto di verità, l'aveva sottoposto: proprio quand'era penoso sentirsi colpevole di viltà e ostacolata nel suo compito da quelle menzogne, da quelle esagerazioni....»

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«Se Shakespeare non fosse mai esistito, si domandò, il mondo sarebbe stato molto diverso da com'è oggi? Il progresso della civiltà dipende dai grandi uomini? E la sorte della gente comune è migliore adesso che non al tempo dei Faraoni? E comunque, è poi così giusto giudicare il livello di civiltà usando come criterio la sorte della gente comune? Forse no. Forse il massimo benessere, richiede l'esistenza d'una classe di schiavi. Il fattorino sull'ascensore della metropolitana è una necessità eterna?»

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«Tutto gli era familiare: quella curva, quel cancello, quella scorciatoia per i campi, quei vecchi sentieri e pascoli a lui familiari, costellati di storie di campagne militari, di vicende di uomini di stato, di poesie, di aneddoti e anche di personaggi; tutto molto chiaro e immediato; ma alla fine del sentiero, il campo, il pascolo, il fecondo nocciolo, e la siepe fiorita, lo conducevano fino a quella curva della strada dove smontava sempre da cavallo. [...] Che lo desiderasse o meno, era il suo destino, la sua caratteristica, sbucare così su questo brandello di terra lentamente erosa dal mare, per sostarvi. Aveva la forza, il dono, di sbarazzarsi a un tratto di tutto il superfluo, di ridursi, di rimpicciolirsi, fino ad apparire più spoglio e sentirsi più leggero, persino fisicamente, senza tuttavia perdere affatto l'acume del suo ingegno. E rimaneva così. Ad affrontare le tenebre dell'ignoranza umana, il fatto che non sappiamo nulla, e che il mare erode la terra su cui noi poggiamo: tale era il suo destino, il suo dono. [...] Si ritrasse davanti allo spettacolo dell'ignoranza umana, del destino dell'uomo, e del mare che erode al terra su cui poggiamo, spettacolo che, se fosse riuscito a osservarlo con sguardo fermo lo avrebbe forse portato a qualcosa...»

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«Scendeva e diceva al marito: "Perché devono crescere e perdere tutte queste cose? Non saranno mai più felici come sono adesso!". [...] Non che lei fosse pessimista, come l'accusava lui. Solo, pensava che la vita... e una piccola striscia di tempo si presentò davanti agli occhi, i suoi 50 anni. Eccola davanti a lei: la vita. La vita, pensò, ma non completò il pensiero... C'era una specie di patto tra loro, in cui lei si trovava da una parte, e la vita dall'altra, e lei cercava sempre di avere la meglio sulla vita e la vita su di lei; e a volte parlamentavano; accadevano grandi scene di riconciliazione; ma per lo più, strano a dirsi, ammetteva di percepire questa casa che chiamava vita come terribile, ostile e pronta a saltarti addosso se tu gliene offrivi l'occasione. C'erano i problemi eterni: la sofferenza, la morte, la povertà. C'era sempre una donna che moriva di cancro, persino lì. E tuttavia diceva ai suoi figli: dovete farcela. Per questa ragione, sapendo cosa li attendeva - amore e ambizioni e la disperazione di trovarsi soli in posti squallidi - si poneva spesso questo interrogativo: perché devono crescere e perdere tutto questo? E poi, sguainando la spada contro la vita, si diceva: sciocchezze. Saranno perfettamente felici.»

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«I bambini non dimenticano mai. Per questo era così importante ciò che si diceva, e ciò che si faceva, ed era un sollievo quando andavano a letto: allora non doveva più pensare a nessuno. Poteva essere se stessa, star sola. E di questo da qualche tempo sentiva spesso il bisogno: di riflettere; anzi, non proprio di riflettere, ma di stare in silenzio; di essere sola. Tutto quel suo fare, quell'essere, espansivo, scintillante, vocale, svaniva e ci si chiudeva, con un senso di solennità in se stessi. [...] Quando la vita si ritraeva per un istante, la gamma delle esperienze pareva non avere limiti. E tutti dovevano avere sempre quest'impressione di risorse illimitate, immaginò. [...] Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l'agitazione; e le saliva sempre alle labbra un'esclamazione di trionfo sulla vita quando le cose si raccoglievano in quella pace, in quel riposo, in quell'eternità. [...] Era strano, pensò, come quando si è soli ci si appoggia alle cose, le cose inanimate, gli alberi, i ruscelli, i fiori. Si ha la sensazione che siano espressione di noi stessi... [...] Con la mente non esistono ragioni, ordini, giustizia; ma sofferenza, morte e povertà. Non esisteva a questo mondo un tradimento così vile che non venisse commesso; lo sapeva. La felicità non era duratura; lo sapeva.»

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«Per che cosa si vive? Per quale ragione si sopportano tante sofferenze purché continui la razza umana? La vita umana è questo? Non si aveva mai il tempo di pensarci, ma lui era lì a porsi quel tipo di domande perché l'aveva colpito il fatto che le amicizie, anche le migliori, sono fragili. Ci si perde di vista, si rimproverò di nuovo....»

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«Non c'era bisogno di dire nulla, non si doveva dire nulla. Era lì, tutt'attorno a loro. Faceva parte, pensò, dell'eternità; come aveva già sentito a proposito di qualcos'altro quel pomeriggio, le cose hanno una loro coerenza, una loro stabilità... stasera, di nuovo, provò quella sensazione di pace, di riposo. Momenti così, pensò, rappresentano ciò che resta in seguito per sempre. Quel momento sarebbe rimasto.»

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«Ma disegnare con la fantasia, lontano dalla tela, era tutt'altra cosa che prendere in mano il pennello e tracciare il primo segno. In preda all'agitazione per la presenza di Ramsay, aveva impugnato il pennello sbagliato, e il cavalletto - piantato per terra con tanto nervosismo - era tutto storto. E ora che l'aveva raddrizzato e aveva così eliminato distrazioni irrilevanti e marginali, che le ricordavano chi era, con chi aveva rapporti, alzò la mano, sollevò il pennello. Per un attimo esso rimase sospeso in aria, tremante, in un'estasi dolorosa ma stimolante. Da dove cominciare? - era questo il problema: in che punto tracciare il primo segno? Tracciare una linea sulla tela significava impegnarsi a correre rischi innumerevoli, a prendere decisioni frequenti e innumerevoli. Quel ch'era parso così semplice in teoria divenne subito complesso in pratica; così come le onde appaiono di forma simmetrica dalla sommità degli scogli, ma divise da profondi vortici e da creste schiumose al nuotatore che vi sta in mezzo. Eppure, era necessario correre quel rischio: tracciare quel segno.»

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Per tutto il resto della vita, quei due torneranno sempre col pensiero a questa sera, 
a questa luna, a questo vento, a questa casa. E a lei.

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Per l'immagine del faro ringrazio VLADStudio.com