Se questa è la tua primavera, amore mio mancato, spero che ti arrivi presto l'autunno. Detto senza offesa. Detto senza desideri particolari.
Sai, sono entrata a passi cauti nel giardinetto, ne ho ammirato la disposizione, perfino tratti di eleganza, ho camminato sperando di non danneggiare l'erbetta fresca e regolare, sono uscito e ho richiuso il cancelletto: non c'era nessuno. Poco male. So che poi mi hai cercato in tutte le case d'amici dove avrei potuto essere: volevi e dovevi sapere perché non ti avevo svegliato, perché non avevo suonato il campanello, perché non avevo almeno cacciato un urlo qualunque. Te l'ho detto a voce, mi pare, almeno tre volte: mi dispiace parlarne e dunque non parliamone. Se proprio vuoi questo vai a cercare altrove, dove sai. Ce ne sono decine. E poi io non ne so niente. Non so niente di religioni, di sensi di colpa, di genitori separati. Niente. Sono un ignorante pazzesca e ci sguazzo pure in questa mia ignoranza. È così comodo… è così veramente del tutto comodo dire sempre "Non so" e io lo dico sempre. Dico "Che ne so" e tutto quello che poteva cominciare finisce. È una mia gioia intima, una di quelle gioie che aiutano a vivere, che orientano l'esistenza. Da un po' di tempo in qua mi fai un'espressione diversa e persino una voce diversa: tremi quasi, mi guardi con una specie di desiderio bloccato. Lo so, ma dico che non lo so. Dirò, in futuro, che non me n'ero mai accorta, che potevi anche dirmelo, che non me n'ero mai accorto. Non sapevo. Che ne sapevo? Come potevo saperlo? Sono mica un indovina. Ecco. La frase che dico apposta per dare di me la peggiore delle impressioni è "Sono mica un indovina". Sono queste quattro parole dette con aria di sufficienza a farmi dimenticare da chi capisce al volo. Ma con te No.  Tu non coglierai il senso profondo -ma non troppo- del mio atteggiamento da pezzo di legno. Tu mi dirai: "Hai ragione, è stata colpa mia" e io ti dirò: "Certo che sì: se l'avessi saputo prima sarebbe finita diversamente!" e tu sprofonderai lentamente in un rossore che ti coprirà forse anche le piante dei piedi, le tue mani stringeranno con forza qualcosa e io indosserò un'espressione di innocente stupore, pensando alle cose da fare prima delle diciannove e trenta, ora di chiusura dei negozi. Capisci? Faccio così perché non credo che sia importante. Per me non lo è. Non lo è. Se per te lo è non me ne frega un granché. Lo capisci? Lo capisci amore mio mancato? Lo capisci o non lo capisci? Secondo me, se lo capissi sarebbe una gran cosa per me e per te. Però visto che non hai nemmeno vent'anni e sei innamorato di me, la mia palla magica prevede che tu non lo capisci e forse nemmeno fra dieci anni quando avrai dato e fatto tutto, forse nemmeno allora potrai mai arrivare a concepire che certe cose si possano fare deliberatamente. Sarai ancora convinto che quella storia mancata di dieci anni prima era stata una tua personale sconfitta dovuta all'inesperienza, darai la colpa un po' qui, un po' là… a quegli amici… Che ne so. Penserai che anche con me sarebbe potuto essere bello come con altre. Penserai: "Va beh, è andata così" e questa sarà la tua fortuna, la tua personale fortuna. Al telefono ridacchio nervosamente ma non commento mai queste tue cose, lascio che mi invada la mente qualcos'altro, qualche altra stupidata più grande della tua. L'infinita innocenza del tuo amore non mi intenerisce. Mi terrorizza, invece. Mi piace che tu non abbia detto ancora niente di chiaro, mi piace perché mi permette di non saperlo. Non interpreto in alcun modo le tue telefonate, le tue confessioni… le intercetto, le decodifico e ti rispondo con cazzate senza senso, forse qua e là butto un po' di mia verità mescolata al nulla che raccolgo a piene manciate dal mio interno, ma forse nemmeno quella. Non so. Giuro che non lo so e sai perché non lo so? Perché non mi faccio nessuna domanda. Mi impegno così poco che non so nemmeno se dico cose che penso o cose che non penso. D'altronde fra poco finirà. Avrai una nuova consapevolezza che ti verrà improvvisa come una folata di vento. Mi inquadrerai con un altro occhio. Mi sentirai meno indispensabile. Rinuncerai a tante cose e tra queste anche a me e lo farai senza dolore. Naturalmente a soffrirne, manco a dirlo, sarò proprio -forse- io. Se succederà. Giuro che non lo so. Mi interessa così poco che non lo so. Può anche davvero andare a finire così. Quando mi accorgerò che da una settimana sei silenziosa dall'altra parte del telefono e non mi incontri più casualmente…. 

Avrò più trent'anni. Avrò disturbi inediti. 
Avrò una tosse nervosa che non ho mai avuto. 
Avrò l'uomo che amo ma forse non lo amerò già più.
E tu sarai da un'altra parte.
Magari felice.
 

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Marco Drago, da "L'amico del Pazzo"
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